Scarpe, moda e realizzazione di sé

"Sembrano piccolezze vane, eppure i vestiti hanno, dicono, compiti più importanti del tenerci semplicemente al caldo. Cambiano il nostro modo di vedere il mondo, e il modo in cui il mondo ci vede." Virginia Woolf - Orlando

Nel mio negozio vendo scarpe. Anzi non è corretto, vendo scarpe e felicità.
La felicità delle piccole cose, della realizzazione momentanea, dell’appagamento e della soddisfazione. E della gioia del bello.
Il 99% dei miei clienti esce dal negozio con un sacchetto in mano e un sorriso sul volto. Soddisfazione.
Sarà la soddisfazione dell’acquisto? Del bisogno momentaneo ed etereo generato dalla società consumistica in cui siamo? Chissà, può darsi.
Ma intanto le persone sono soddisfatte e sorridono e le emozioni non mentono, mai. Non è possibile provarne di false. Possiamo avere determinate sensazioni per motivi sbagliati, ma nel momento stesso in cui le percepiamo non possiamo negarle, le emozioni possono essere solo reali e vere.

Guardo la signora che è entrata in negozio, vede un paio di sandali, se ne innamora, li prova, liSpecchio della societa ammira, si guarda allo specchio, li compra e sorride felice. Non può che essere felicità genuina.
Si può essere felici per piccole grandi cose? Certo.
E’ una felicità poco durevole? Certo, l’essenza stessa della felicità è fatta di attimi, altrimenti scivolerebbe nella gioia, nella contentezza, nella serenità. Si può essere felici solo per attimi o brevi istanti o momenti.
Ma sto parlando di una (disprezzabile) felicità consumistica? Sì certo.
Parliamone.

Faccio un piccolo passo indietro.
Viviamo in una società individualistica, cioè, una società composta da individui, che hanno diritti e doveri individuali, e il percorso della vita è visto da una prospettiva individuale.
Lo sgranarsi da un blocco compatto di appartenenza ad una categoria è stato indicato da Bauman come l’avvenire di una società liquida: non ci muoviamo più a blocchi compatti come caste, ceti, tradizioni, culture, ma singolarmente come granelli di sabbia.
Questo comporta che le direzioni in cui ci muoviamo siano imprevedibili.
Di fatto non si può più parlare di fenomeni di massa macroscopici, ma di molteplici correnti, e ognuno di noi è liberissimo di muoversi, anzi di destreggiarsi in una moltitudine di possibilità.

Essere in una società individualistica significa che ci dobbiamo occupare della nostra realizzazione personale.
E’ il perno su cui ruota tutta la pubblicità di oggi, che vende felicità / realizzazione di sé.
Fino a qualche secolo fa eravamo a malapena consapevoli di essere individui e le persone si incasellavano in massa in cornici di tradizioni e istituzioni secolari.
E’ soltanto con l’era moderna che emerge l’individualità, e con questa arriva anche la pulsione all’autorealizzazione, insieme all’onere (sic) della felicità, che naturalmente è ritagliata a misura di individuo singolo ed è diversa per ciascuno di noi. Non esiste una ricetta univoca.

E’ per questo che esistono oggi moltissime mode, moltissime culture e subculture, molti trend. Il nostro compito è quello della scelta, quella di cosa seguire o non seguire di volta in volta, cercando di costruire il nostro personale ed unico stile di vita.
Nell’ambito della moda rileviamo per esempio moltissime correnti, quella ecologica, quella dei grandi brand di lusso, quella dei grandi magazzini, quella della tv, quella delle subculture, ecc.
La moda offre quindi un grande compromesso fra individualismo e conformismo: lascia all’individuo la possibilità di scelta in un’offerta che è vastissima, e lo aiuta a conformarsi in qualche modo, dato che ciò che offre è comunque seguito anche da molte altre persone ed è un trend per sé.
La moda esiste come espressione dell’identità e allo stesso tempo aiuta ad uniformarsi ad una regola.
Perché non esiste la possibilità di esprimersi in modo completamente libero: siamo esseri sociali e ogni nostro pensiero e pulsione sono comunque immersi e costruiti anche socialmente.
La spinta sarà sempre duplice fra l’io individuale e il noi societario.

La signora che viene nel mio negozio compie la scelta individuale del mio negozio, del tipo di calzatura, del colore, del genere, forma e stile, e si appoggia come conformismo alla sicurezza che io offro una scarpa di moda, attuale, di pregio, che parla di cura di sé, di contemporaneità, di qualità, di un certo stile di vita.
Sceglie la calzatura da provare, la indossa, si guarda allo specchio, ma quel guardarsi spesso non è solo un valutare sé stessa ai propri occhi, ma anche agli occhi altrui, alla società. Come sembro con queste scarpe? La mia cliente cerca spesso il consenso dell’amica / dell'accompagnatore, oppure manda una foto col telefonino. Quante clienti nostre prendono una decisione solo dopo una sessione Whatsapp! Che colore scelgo? Che modello prendo? Con quale sto meglio?
La scarpa deve slanciare la gamba, perché la moda ci vuole alte e snelle; la scarpa deve essere in linea con lo stile della persona: tutti hanno uno stile, perché lo stile rappresenta il proprio sé, l'unica cosa che ci distingue in questo mare di stimoli massificati. La scarpa deve dare un’idea, per dare un’idea deve parlare di un qualcosa che rappresenta, e la rappresentazione viene dalla moda, che è massificata, e dalla quale possiamo fuggire solo con le idee. E così via, in un cerchio senza fine.

Letture suggerite

Filosofia della moda di Lars F. H. Svendsen

Vita liquida di Zygmunt Bauman